sabato 24 giugno 2017

Noto

Seduto su una delle panchine di ferro poste all'ombra dei grandi ficus che ornano la piazza dinanzi alla Porta Reale di Noto, pregusto già lo spettacolo che mi attende. La città nuova costruita dopo la scossa tellurica che devastò senza ritegno tutta la costa orientale della Sicilia alla fine del 600, fu pensata come una sequenza di scenografie su cui far muovere la gente da protagonista, ognuno col suo ruolo. Anch' io ne diventerò parte appena varcata la soglia della Porta Reale perchè Noto è stata fatta di ragione e di magia: la ragione è quella delle linee dritte, della simmetria, della prospettiva ingegnosa che crea luoghi deputati al movimento e alla vita. La magia, quella scaramantica, dovuta alla creazione di ornamenti visti come dal tremore di un terremoto. Non so perchè ma ho sempre avuto l'idea che fosse questo lo scopo dell'architettura di questa città: dare movimento e fuga ai palazzi scongiurandone così, magicamente, la distruzione. Tutti gli abitanti, passata l'angoscia e il terrore della terra che trema, credo dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio e un alto senso di sè come singoli cittadini e come comunità se vollero e seppero ricostruire miracolosamente questa città con la sua topografia e le sue architetture barocche che adesso si vanno svelando folgorate dalla luce e dal sole.
E' questo un mondo fatto di luce e calore, di ombre vitali come oasi di frescura in un cammmino fatto di visioni luminose e assolute. A Noto come in altre città dell'isola il barocco è una suprema provocazione fatta di movimenti incredibili, di apparenti e aeree fragilità, è la sfida ad ogni futuro sommovimento della terra. Le facciate delle chiese, dei conventi, dei palazzi pubblici e privati se li guardi di sbieco tremolanti nell'aria calda del mezzogiorno sembrano la rappresentazione pietrificata del terremoto stesso e della sua lezione di vita: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l'oscuro in luce, l'orrore in bellezza, l'irrazionale in fantasia creatrice, il caos in logos infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia. Fermo davanti all'amplissima scalinata del Duomo osservo il "palcoscenico" con un nuovo sentimento dell'anima contro lo smarrimento di questi anni infami, della solitudine, dell'indistinto, del deserto...contro la vertigine del nulla.

Qui su queste scene bruciate dal sole e, più tardi, infantasmate dai pleniluni, tra quinte di pietra intagliata, tra fantastiche mensole che sorreggono palchi, loggiati e tribune, tra allegorie, simboli e emblemi, tra rigonfi di grate e inferriate, tra cupole, campanili e pinnacoli, in questa scenografia onirica e surreale, io sono diventato un'altra cosa. Potrò mai dire quanto possa trasfigurarsi l'animo umano dentro la gioia e la magia di questo connubio di costruzione e immagine, di struttura e ornamento, di ritmo e melodia? E' questa la ragione di tutto quel che ho scritto in questi anni: la ragione e la fantasia, la logica imperiosa e il magico incontrollabile. So che è qui la chiave fra prosa e poesia che mi racconta della vita e dell'universo, " di questo incessante cataclisma armonico, di quest'immensa anarchia equilibrata" ( L. SCIASCIA)

domenica 18 giugno 2017

Tempo cromatico

Ho deciso di osare e cercherò la verità, la mia, la tua, per la nostra c’è tempo. Un’attesa di cotone per evitare che le perturbazioni ci infrangano su nuovi spigoli, nuove edizioni di amori infranti oltre i quali guardare-
Possiedi un bel silenzio, ci costruisco sopra il prima e il dopo, divoro l’attimo sospeso delle mie idealizzazioni, guarda che ora fanno le lancette della mia felicità scomposta... e non fare sparire l'orologio!
Se mi hai portato qui è perchè possiamo seguire il sentiero delle nuvole sul mare: lo vedi, è lì ci osserva. Ma non ci invita, così io ne scruto l’incipit e ne immagino l’andatura, il segno, il ritmo... c’erano vicoli scuri prima di questo tramonto. Molto al di là del limite dell’orizzonte abbiamo deciso di tornare a riva, di festeggiare l’inverno e invocare in silenzio le onde del cuore.
Tarderà il sole nel suo addio e noi balleremo ancora sulle luci riflesse il ritmo delle maree.
Stanotte soltanto.

domenica 11 giugno 2017

Porto Palo a cavallo del vento

 ‘ Sta storia pi’ diri a verità, s’avissi a cuntari tutta in sicilianu comu tanti autri storie, ma fussi cosa longa e difficili pichiddi cca ‘un canusciunu u dialettu: piccatu, avissi ancora u ciavuru di mari e rosmarinu, di ventu e sabbia. Cuntintativi. 

C’è chi dice che esiste un limite a tutto, una sorta di misura che alla fine ci contiene e, forse, ci protegge; io riparto dal sud, io torno al sud, una latitudine infinitamente più meridionale di quella giornalmente raccontata dai media. Ricomincio da un’idea, sempre la stessa, da una sensazione complessa che abbraccia molte altre emozioni: per comprenderla è necessario amare il silenzio e la musica che vi si nasconde dentro, da quelle note sarà poi più semplice leggere l’intera partitura. Portopalo e appena più a nord del Capo delle correnti, un’area che si trova tutta sotto la latitudine di Tunisi in Africa, Prendete una cartina geografica e guardate la zona più meridionale della Sicilia a sud di di Siracusa… Portopalo è fuori da tutto e svanirà un istante dopo aver letto queste righe. Non c’è ragione perché vada diversamente, il mare, il vento… il sale sono cittadini ovunque, viaggiano ovunque.
Il pantano Morchella, qualche chilometro prima del paese, non è altro che un pezzo di mare entrato nella terra, separato dalla costa da una stretta striscia di sabbia e rocce. L’acqua salata entra perché la terra e più bassa rispetto al livello del mare, una specie di Olanda sotto il sole africano; i salinari fanno passare il mare da una saja, un canale scavato a colpi di vanga, fino a alle vasche del pantano e aspettano. Sarà il sole far evaporare l’acqua quando il sale comincia ad addensarsi lo passano in un’altra vasca per concentrarlo di più e così via fino a quando il sale quagghia e loro lo raccolgono con le pale, neri e bruciati dal sole mentre bestemmiano e sembrano pazzi. Perché il sole li cuoce e il sale gli fa bruciare le carni. Questo è il motivo per cui nessuno vuol fare più il salinaro: i giovani sono altrove da tempo e i vecchi piuttosto che invecchiare nel sale preferiscono "ntrizzari cufini", intrecciare ceste con le foglie delle palme nane che crescono rigogliose da queste parti. Ce ne sono anche sull’isola di Capo Passero che è là, in faccia alla tonnara; una volta c’era una strada che passava il mare e si poteva arrivare senza barca.
I ruderi del forte che si trova sull’isola sono quelli della fortificazione fatta costruire dall’imperatore Carlo V per difendersi dalle scorrerie del pirata turco Mohamed Dragut: di lui è rimasto un nome deformato dal tempo e dalle leggende come queste rovine sull’isola, Mammatraju, il castigatore, l’uomo nero che le madri evocano per tenere a bada i ragazzini troppo turbolenti. Il forte fu distrutto dal turco e adesso c’è solo vento e gabbiani, però è bello starsene là sopra e pensare all’Africa, alla Grecia, a tutti i luoghi nascosti in quella striscia piccola piccola dove il mare e cielo si ‘ncucchianu. Tutti qua pensano di partire ma non succede mai, si diventa una cosa sola col blu del cielo e del mare, una tinta unica che tiene tutti chiusi al suo interno. La strada lungo la costa che conduce al piccolo borgo marinaro un tempo era punteggiata da case di pescatori dai colori delicati: azzurro, rosa, giallo paglierino e bianco: quando in Sicilia vivevano insieme cattolici, musulmani, greco ortodossi ed ebrei, questi colori servivano per indicare la religione di ogni famiglia, ma non contava quale Dio pregavi, serviva solo la tua abilità a tirare il pesce dal mare, a fare fruttare la terra o anche solo ad aggiustare le reti o fare ceste con le foglie della palma.
Dentro il paese non c’è nulla, in un giorno come questo di fine inverno non troveresti niente da ricordare guardandoti attorno, Portopalo non è un luogo turistico eppure possiede il più originale segnavento per campanile che io abbia mai visto: un pesce spada di latta. È una storia antica, terminata nel 1965, una storia di tonni e tonnare legata a una forma di pesca ormai estinta in tutta la Sicilia. Quando ancora si faceva la mattanza gli occhi di tutti stavano puntati sul segnavento, e quando il pesce spada si metteva sul grecale, allora voleva dire che era ora di parari la camera della morte perché i tonni entravano nella tonnara. Era uno spettacolo e tutto il paese aveva che fare da marzo ad agosto: preparare le reti, sistemare le barche e i magazzini, salare i pesci. Poi i tonni non vennero più: si disse che la colpa era dell’inquinamento marino, si disse poi che la responsabilità l’avevano i grossi pescherecci che calavano i consi in mare aperto e decimavano i branchi prima che arrivassero sotto costa. Il segnavento gira ancora, si accorda al vento, racconta storie che nessuno ha più voglia di ascoltare. Le vedo ancora benissimo volteggiare verso la battigia col suo eterno andirivieni, gli occhi persi nel cielo: le rivedo perfettamente mentre aspetto che il sole tramonti all’isola delle correnti. Si apre il sipario: c’è un gran cannistru di rosi e di ciuri, la notti s’apri e lujornu si chiuri. Una alla volta spuntano tutte le stelle e il faro si accende e, se ti metti a cavallo della luce passi il mare e arrivi in Africa. Io che campo all’acqua e al vento ci credo che un jornu giudica all’avutri e l’ultimo giudica a tutti, perché semo tutti ‘nsunnati, campiamo con la testa nell’aria e se casca il cielo non ce ne accorgiamo. Ma forse questo vogliono quelli che comandano, che dormiamo un sogno che duri tutta la vita; si scantanu che sennò…altri Vespri e altre rivoluzioni. E’ destino campari come auceddi e morriri comu passarieddi, senza che nessuno se ne adduna.

lunedì 5 giugno 2017

Via Domenico Costantino

Stasera sono arrivato nella città dove sono nato verso sera: dovevate esserci. Palermo tagliata da una luce di sbieco era perfetta! Le cupole delle chiese illuminate dall’oro del sole che tramontava, le ville liberty e il mare come seta grigia distesa sul golfo, ogni cosa al suo posto ed io con loro. Senza se e senza ma, senza rimpianti e con qualche malinconia, leggera però come la soddisfazione di esserci e di pensarmi qui dopo altre vite trascorse altrove. Quante facce ha la terra dove sono nato? Mio padre non voleva tornarci, diceva che non ne avremmo ricavato nulla di buono , diceva che la Sicilia e i siciliani non sarebbero cambiati mai ( elogio dell’irredimibilità ) che la strafottenza ci avrebbe soverchiato e l’inciviltà annichilito ( elogio dell’ingovernabilità ). Ma nella tarda estate di trentatrè anni fa ci tornò, eccome se ci tornò. E aprì tutte le finestre di casa. - Bisogna cambiare l’aria. Picciotti che ve ne pare? E’ grande e non è poi così cara. Enzo, le sedie di là, gli scatoloni in questa stanza - La sua voce rimbombava allegra per le stanze semi vuote, rotolava e rimbalzava tra le centinaia d’oggetti ancora distribuiti alla rinfusa. Mia sorella sembrava indecisa, lei non aveva pienamente gradito il trasferimento. Probabilmente duemila chilometri erano troppi…lo sarebbero stati sempre. Io invece ero euforico e fremevo per ricominciare tutto da capo come un pioniere del nuovo mondo, lasciare ogni cosa alle spalle, definita o meno , e provarci di nuovo: il mio sport preferito. E fuori della finestra, bastava affacciarsi, c’era Palermo e il cielo era particolarmente azzurro.
Sono nato nella tarda mattina di 65 anni fa, a Palermo in via D.Costantino al num. 16, una parallela della via Notarbartolo. Sono nato a casa di mio nonno Vincenzo perché allora era questa la consuetudine assieme a tante altre ormai svanite nel tempo. Quella casa la ricordo bene, sento ancora l’odore buono del tabacco che don Vincenzo fumava seduto nell’ampia poltrona del soggiorno; la finestra spalancata sul grande giardino della villa del barone Pottino.
Di alcune cose la memoria non ci lascia mai, sopravvive in una dimensione a se stante, indipendente da tutto. Lo sguardo d’acciaio di mio nonno e le sue mani enormi ad alzarmi il mento quando combinavo qualcosa fanno parte di essa. Concretamente non c’è più nulla di loro e di quel mondo; la camiciaia in via G. di Marzo se n’è andata 20 anni fa, le sue camicie su misura erano l’unica cosa che faceva sorridere don Vincenzo…le camicie in purissimo cotone bianco e forse qualcos’altro. Ricordo mia madre, un tempo lontano per entrambi, “Ho il cuore scuro”- mi diceva certe mattine. Ed io “Perché?”- “Per niente” mi rispondeva, ma poi si correggeva- “Per i ricordi”. Adesso sto qua e in cento altri luoghi; mi appartengono tutti e non ce n’è uno che non mi sfugga. Ho visto girare il sole sul cortile della mia vita e non mi è piaciuto: ma la luce di questo tramonto placido riesce ancora ad inebriarmi Una vera cittadinanza però non riesco a trovarla o, forse, non mi basta questa isolana. I siciliani stanno aggrappati orgogliosamente alle loro coste ma guardano fuori in un impossibile desiderio di comunione. Oggi mi deve bastare il mio riflesso sulla vetrina del negozio in via Libertà: a lui confesso la mia incredulità, li ho compiuti davvero! E’ bastato distrarsi un attimo, una piccola svista e l’anno in più è già qui…e io non sono preparato. Non lo sono stato mai.

mercoledì 31 maggio 2017

Senza senso

Anche le cose senza senso nascondono ragioni che bisogna aver la pazienza di scorgere giù in fondo. In questo blog ve ne sono alcune non decifrabili se non alla fine di tutto, quando non c'è più "quel" tempo e se ne apre un altro adatto ad una scrittura diversa e meno virtuale. So esattamente dov'è ma non riesco a indicarvela

sabato 27 maggio 2017

La tifondi dell'anima

All’inizio non la cerchi, non la vuoi e te la senti lo stesso sulle spalle: sta lì, sale e scende, ogni tanto ci discuti anche. Quando il modo cambia non te ne accorgi quasi mai perchè è un gesto subdolo e lento, possono trascorrere anni e tu ci sei dentro, parli con te stesso e credi di farlo con altri ma giri in tondo. E ti abitui a considerare il rumore di fondo della vita che ti scorre accanto come un’articolata discussione; invece è solitudine e si è impossessata di te. Ci vuole tempo per esplorarla tutta, gli spazi che cerco hanno un timbro inconfondibile: mi attraversano e ricompongono le mie fibre ad un nuovo avvenire. Sono i latifondi dell’anima.